lunedì 30 maggio 2016

SISTEMA IMPRESA

18-01-2012

Le conseguenze del commercio con la deregulation del decreto “salva Italia”

di Berlino Tazza




La manovra 'salva Italia' varata dall'esecutivo Monti e relativa alla liberalizzazione degli orari e delle aperture delle attività commerciali sta agitando il mondo del commercio. In pratica dal 1 gennaio 2012 ogni esercizio può decidere gli orari di apertura della propria attività quando e come crede, anche 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. La nuova disciplina investe 750.000 piccoli negozi, 170.000 ambulanti, 10.000 supermercati e 600 ipermercati. Stando così le cose potremmo dunque vedere serrande alzate e negozi aperti a qualsiasi ora del giorno e della notte, negozi aperti con orari non stop ed aperture a singhiozzo, secondo la libera scelta degli operatori. L’ultima parola in merito ce l’avranno le Regioni che potrebbero fare muro contro la scelta del Governo presentando ricorso alla corte costituzionale per conflitto di competenze - come già aveva annunciato di fare Regione Toscana - o demandare ai comuni il compito di renderla attuativa entro 90 giorni e riorganizzare il proprio Ufficio del Commercio.

La confederazione Sistema Commercio e Impresa, pur sostenendo, in generale, un sistema del commercio che possa essere più flessibile negli orari di apertura per accogliere le esigenze di alcune fasce di consumatori, non nasconde la sua perplessità riguardo una totale deregulation, perplessità relative a questioni di ordine pubblico, a questioni di escalation della concorrenza che non porterebbero a vantaggi economici per nessuno, tanto meno per i consumatori, bensì condurrebbe a perdite in termini di posti di lavoro. Infatti Sistema Commercio e Impresa è fermamente convinta del fatto che il provvedimento finisca per uccidere i piccoli esercizi che stanno già attraversando un momento di difficoltà. Non pochi disagi anche per i commercianti più solidi che si troverebbero a scegliere tra una migliore qualità della vita (con orari a loro più consoni e più tempo da trascorrere in famiglia) e un’attività che, per competere, dovrebbe prolungare gli orari di apertura, fattore che comunque farebbe  lievitare enormemente i costi di gestione. Una delle prime gravi conseguenze potrebbe essere la chiusura dei negozi del centro storico che fungono da presidio sociale, fenomeno questo che creerebbe sia problemi di ordine pubblico sia difficoltà per le fasce più deboli della popolazione come gli anziani. Per di più la gestione della sicurezza da parte delle forze dell’ordine dovrebbe essere ripensato e rimodulato senza che nessuno al governo si sia posto il problema della sostenibilità di questa conseguente necessità. Inoltre, bisognerebbe considerare il fatto che si andrebbe a minare l'economia e l’equilibrio sociale dei piccoli Comuni. A veder bene nemmeno la grande distribuzione nel medio periodo avrebbe grandi vantaggi perché se si instaurasse un susseguirsi di aperture concorrenziali tra centri commerciali i loro costi di gestione lieviterebbero a tal punto da diventare insostenibili, senza alcuna riduzione dei prezzi dei beni a danno dei consumatori che sono poi coloro verso i quali questa liberalizzazione vorrebbe apportare dei vantaggi.

Insomma, lo scetticismo che la confederazione Sistema Commercio e Impresa vuole rappresentare deriva dal fatto che la liberalizzazione degli orari non conduce a grandi benefici per nessuno. Semmai si moltiplicano gli effetti sfavorevoli: i costi di gestione sarebbero superiori sia per i negozi di vicinato che per la Gdo; si verrebbero a creare problemi di ordine pubblico, principalmente legati alla sicurezza durante l’ipotetico shopping serale/notturno, per non parlare dell’impatto sulla quiete serale e notturna dal momento che i locali potrebbero aprire oltre i soliti orari.

Se da un lato la Confederazione Sistema Commercio e Impresa si è sempre dimostrata favorevole all’opportunità di creare delle “città aperte” in certi momenti dell’anno in modo da favorire il turismo, dall’altro riteniamo doveroso costruire un sistema di aperture che risponda alle esigenze reali dei consumatori e del commercio di vicinato distinto per località non turistiche e località ad alta vocazione turistica.

Sistema Commercio e Impresa è convinta che da un tavolo di concertazione con tutte le organizzazioni datoriali sindacali del commercio si sarebbero potute immaginare ed organizzare sperimentazioni in alcune città Italiane, turistiche e non, e valutarne gli effetti nel tempo. E’ quantomeno sorprendente, invece, vedere che il governo, composto prevalentemente da economisti, non abbia fornito alcun dato sulle ricadute economico sociali prevedibili. A ciò fanno eco i sindacati dei lavoratori che si aspettano nei prossimi cinque anni che 90.000 imprese circa usciranno dal mercato e che  si perderanno 270.000 posti di lavoro, senza che i prezzi diminuiscano.

Essendo la materia talmente complessa per le conseguenze che si innescano da una scelta piuttosto che da un’altra, Sistema Commercio e Impresa, quindi, rivendica con forza il proprio ruolo di rappresentatività del commercio italiano, categoria dalla quale, per di più, ci si attende un importante contributo alla crescita del sistema Italia.

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