venerdì 27 maggio 2016

SISTEMA IMPRESA

18-03-2014

Lavoro, il dl Poletti scalza il sistema Fornero

Tazza: «Si lavori nella direzione di una maggiore flessibilità»




Una riforma che alimenta discussioni bipartisan. La riforma Poletti, il decreto sul lavoro che il governo Renzi ha inviato al Presidente della Repubblica, accende e affronta diverse questioni. Nel mirino le novità relative ai contratti a termine e all’apprendistato, che si scostano dalla riforma precedente dell’ex ministro Fornero.

 

 

 

La riforma Poletti, cambiamenti per apprendistato e assunzioni a termine

Fra i punti più discussi, l’aumentata flessibilità che verrebbe introdotta sia nei contratti a termine che nell’apprendistato. La riforma infatti cancella alcuni limiti che il ministro Fornero aveva inserito per contenere la precarietà. In primis l’acausalità, ovvero la possibilità riconosciuta al datore di lavoro di non specificare le motivazioni che lo portano a fissare un termine al rapporto, concessa non solo per i primi 12 mesi ma per 36 mesi. Un altro cambiamento è relativo all’obbligo di una pausa di dieci o venti giorni, che con questa riforma viene a decadere. Il dl, inoltre, prevede che i contratti a termine ricoprano fino a un massimo del 20% dell’organico (le aziende sotto ai 5 dipendenti possono comunque stipularne uno).

Quanto agli apprendisti cade il divieto di non assumerne di nuovi se non sono stati confermati almeno il 30% della precedente sessione. Altro nodo è legato alla formazione: cade l’obbligatorietà, per il datore di lavoro, di assicurare all’apprendista di secondo livello una formazione trasversale, non sarà obbligatoria la forma scritta per il piano formativo individuale.

 

 

 

Berlino Tazza, presidente di Sistema Commercio e Impresa commenta la riforma.

Nonostante le accese discussioni, quali gli aspetti positivi del decreto Poletti?

Sicuramente va colta in maniera positiva la velocità di risposta del governo Renzi, a poche settimane dall’insediamento, che si inserisce nelle logiche da quel cambiamento tanto atteso dal Paese. Positiva anche la riduzione dell’Irpef sul lavoro dipendente, così come il trasferimento di una parte del carico fiscale alla rendita finanziaria che va a così ad alleggerire le imprese industriali.

 

 

 

I sindacati parlano del rischio dell’aumento di precarietà. Cosa ne pensa?

Per quanto riguarda il contratto a termine prorogabile, a mio avviso, non bisogna farne una lettura in termini di precairetà, quanto di flessibilità. È una visione miope: in questo momento in cui il dato della disoccupazione giovanile è ai massimi storici così come massima è l’incapacità per le imprese di assumere, smuovere questo pantano con contratti a termine prorogabile può essere una buona soluzione.

 

 

 

Sono almeno 27 le tipologie di contratti di lavoro esistenti. Cosa pensa dell’idea del Contratto Unico, che segue la logica di semplificazione?

Il contratto unico non è la strada che riteniamo porti a soluzioni soddisfacenti. Le dirò di più, occorre puntare sulla contrattazione di II° livello aziendale o territoriale. Bisogna, infatti,  comprendere che il rapporto fra datore di lavoro e dipendente deve potersi adattare alle diversità, alle esigenze e ai fabbisogni del tessuto imprenditoriale italiano, costituito per lo più da imprese di piccole dimensioni che appartengono a settori differenti. 

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