sabato 02 luglio 2016

SISTEMA IMPRESA

20-10-2014

TFR in busta paga, ancora un onere per le PMI

Tazza: «Le imprese costrette a reperire liquidità in un momento drammatico per l’economia italiana».




Come funzionerà

 


Trattamento di fine rapporto (TFR) in busta paga per tre anni. Questa la possibilità offerta ai lavoratori del settore privato (esclusi domestici e agricoli) dalla bozza delle legge di Stabilità 2015, approvata mercoledì dal consiglio dei ministri.

 

La nuova misura è introdotta in via sperimentale per i periodi di paga dal 1 marzo 2015 al 30 giugno 2018 e rappresenta la terza opzione alla scelta sul Tfr che già oggi i dipendenti sono tenuti a fare  entro sei mesi dall’assunzione. Quindi, oltre a poterlo destinare a fondo pensione (previdenza integrativa) o a mantenerlo presso la propria azienda come buonuscita, si potrà decidere per la monetizzazione immediata, cioè per la liquidazione in busta paga.

 

Il Tfr che potrà finire in busta paga è quello maturando, quello cioè cui ha diritto il lavoratore per i mesi da marzo 2015 a giugno 2018.

 

Il Tfr che finisce in busta paga si chiamerà Parte integrativa di retribuzione (PIR) e sarà al netto del contributo dello 0,5% che il lavoratore è tenuto a versare al fondo di garanzia Inps. La richiesta potrà essere fatta anche da chi, da gennaio 2007, aveva deciso di investire in una pensione di scorta versando il Tfr ad un fondo pensione.

 

 

I lavoratori

 


E’ bene precisare che la scelta, una volta effettuata, sarà irreversibile e definitiva fino al 30 giugno 2018.

Inoltre il Tfr trasformato in PIR sarà soggetto a tassazione ordinaria ma non pagherà le quote Inps. La tassazione ordinaria produrrà un prelievo fiscale, sui lavoratori, più pesante rispetto al Tfr come buonuscita che, invece, è soggetto a tassazione separata. O a quello investito nella previdenza integrativa che prevede un regime fiscale di favore.

 

 

Le imprese

 


L’onere maggiore nella nuova misura ricadrebbe sulle imprese tenute ad anticipare mensilmente la quota di Tfr dei lavoratori che opteranno per l’immediata monetizzazione.

Va specificato che il ddl Stabilità conferma le misure compensative già previste per le imprese che devolvono il Tfr ai fondi pensione o all’Inps e prevede anche la possibilità di finanziamenti agevolati e garantiti dall’Inps. L’accesso al finanziamento sarà possibile solamente alle imprese con meno di 50 addetti che dovranno pagare un contributo all’Inps dello 0,2% sulla retribuzione dei lavoratori optanti per il Tfr in busta paga e avranno diritto ad uno sgravio della stessa misura. L’impresa che deciderà di non avvalersi del finanziamento agevolato avrà diritto a tutte le tre vigenti misure compensative previste sul tfr (deduzione fiscale del 6% del Tfr monetizzato; sgravio contributivo Inps 0,20% ; altro sgravio contributivo Inps 0,28%)

Fonte: Italia Oggi – 17.10.2014

 


Il commento del presidente Tazza

 


Il provvedimento del Tfr in busta paga è un passaggio del ddl Stabilità che ci lascia perplessi.

«Questa misura riteniamo non vada nella direzione di dare sollievo alle imprese anche se il suo intento inziale era quello di aumentare il capitale dei lavoratori al fine di incrementare la loro disponibilità economica e quindi sostenere  la necessità di rilanciare i consumi.

Posto che, in realtà bisognerà vedere quanto effettivamente la tassazione ordinaria della parte di Tfr aggiunto alla busta paga lascerà in concreto nelle tasche dei lavoratori, va senz’altro considerata la situazione drammatica in cui si trovano certe aziende. Benché le imprese in crisi o soggette a procedure concorsuali siano escluse da questo provvedimenti, l’altra fetta di aziende italiane, va sottolineato, non sta certo vivendo un periodo tranquillo. Le imprese si vedranno costrette a reperire liquidità, visto che la maggior parte non ne dispone ed è proprio questa la drammatica realtà del nostro attuale tessuto economico, in un momento in cui le banche, non è un mistero, hanno chiuso i rubinetti del credito.

E’ ora e tempo di pensare che senza aziende, l’economia non riesce a ripartire. Sono le PMI ad essere il motore economico del nostro paese, senza le quali non ci sarebbe occupazione, senza le quali non ci sarebbero i consumi. Questa misura parte dal presupposto contrario».




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